Pausa

•4 giugno 2010 • Lascia un commento

E’ il motivo per cui sto qua del resto.
Prendermi una pausa.
Da cosa, esattamente, non saprei dirlo. Una pausa forse dai ritmi quotidiani, staccare per un attimo, ritagliarsi due righe di leggerezza.
Diversamente, non sarebbe naif questo café. Con tutte le nuove forme di socializzazione che ci propinano, il caffè è la forma che ancora oggi prediligo.
Potrà sembrare una contraddizione parlare di questo su un blog, usando un veicolo che è simbolo della virtualità dei rapporti. Il mio infatti non vuole essere nient’altro che un invito a ripensarci su.
Così, provare per un giorno a staccare l’ethernet, a premere su off, e vedere che succede.
Se vacilliamo tutti insieme.
Se ci veniamo a cercare.
Se manteniamo davvero tutti questi rapporti.
Se il caffè ci piace ancora berlo in compagnia, come una volta.

Forse non ti telefonerò per sapere cosa stai facendo, non ti delizierò con una citazione di repertorio, non ti proporrò quello spezzone di film che abbiamo visto insieme due anni fa e che ci ha fatto tanto ridere. Saremo forse più vicini, o forse più lontani.
E quanto ci piacerà però l’odore della polvere di caffè, il rumore dei chicchi che si frantumano nella macina. Prendere piattino e tazzina e concedersi il lusso di sedersi al tavolo, anche solo per cinque minuti. Non avremo il tempo di parlare di quel film, di sciorinare citazioni, di dirci cosa stiamo facendo.
E ci sentiremo più vicini?
Io intanto devo ancora aprire la mia personalissima bustina di zucchero e immergerne il contenuto nel caffè. E siccome c’è bisogno di dolcezza, io ce ne metto due.

Sugarillos, MOUSEGRAPHICS

… e il parlare del tempo che fa

•8 marzo 2010 • Lascia un commento

Tendenza tutta da salotto quella di parlare del tempo. Un comodo argomento da sfoderare in qualunque occasione, specie quelle che vanno riempite con contenuti frivoli per sopperire a quegli attimi di imbarazzante silenzio. Ne parli col vicino di casa con cui non hai quella grande confidenza, con la nuova conoscenza acquisita per approcciarti in qualche modo, con il tassista, con il turista, con il cliente… Se ne fa un gran parlare insomma.
La pioggia poi è quella che maggiormente raccoglie consensi: troppo fastidiosa per non doverla condividere con qualcuno.
Eppure io credo che i miei più tragici e bei ricordi abbiano avuto come sfondo una pioggia a volte incessante, altre volte fine e pungente, altre ancora forti e inaspettati scrosci a interrompere l’afa e la canicola insopportabile.Ricordo perfettamente quel temporale di quindici minuti a sporcare tutte le finestre di casa appena lustrate col mio vetril di fiducia, a sancire la fine di un momento storico per me: il passaggio definitivo dall’essere ragazza a diventare donna. Lo dico senza presunzione: quella pioggia che cadeva a ferire, portava via con sé un pezzo della mia vita, venticinque anni della mia vita, vissuti in una bolla di vetro che mai avrei pensato potesse essere disintegrata così.
Ho ripulito quelle stesse finestre recentemente e ho ricordato subito la sensazione di allora: un lavoro certosino – per quanto stupido possa sembrare l’accostamento, la vita come la pulizia delle finestre, quattordici in tutto – sporcato in un secondo, quello stesso secondo che ha visto il mio passaggio all’età adulta. La fatica di ricominciare dal piano interrato fino ad arrivare alla mansarda, per riportare tutto al lustro primo di allora.
E poi quella pioggia fine del primo caldo primaverile, di cui impregnarsi semplicemente perché quello che accade dentro di te è molto più importante del contesto, dello sfondo. La pioggia non puoi sentirla davvero…

A parte chi adora sentirsela cadere addosso, la pioggia è certamente un nemico dal quale difendersi.
Non l’avreste certo mai detto, ma s’è più torpiloquiato sull’oggetto “ombrello” che sulla sedia dove state poggiando il culo in questo momento.
Non sapevate forse che esiste un ombrello che resiste alle raffiche di vento senza scatafasciarsi come un ombrello qualunque (e che tra l’altro ha ottenuto una serie di riconoscimenti internazionali mica da ridere) ; oppure eravate ignari di poter condividere i momenti umidi d’amore in due sotto il Tandem Umbrella.
Ancora: pioggia sinonimo di scarsa illuminazione e allora ecco l’ombrello dal manico luminoso. Per non dimenticare poi le varianti ecologica (Eco Brolly), di lusso (by Billionaire Couture), tutta chicche e femminilità (Guy de Jean), giocosa (Fuck the rain umbrella by Anton Schnaider) e di design (Isabrella, Ofess).

A questo punto, ci dispiace quasi che la pioggia tra poco sia solo un ricordo lontano.

Immagini: Guy de Jean,Fuck the rain, Tandem Umbrella, Ecobrolly, Senz, Isabrella Ofess1, Isabrella2

Il piacere – o il disgusto? – di mangiare con le mani

•27 febbraio 2010 • Lascia un commento

Se dovessero chiedermi quale dei cinque sensi preferisco sono quasi certa che risponderei: “tatto”.
Uh sì, quant’è bello toccare, sentire la consistenza delle cose, infilare le mani negli impasti, ciucciarsi le dita perché sennò si gode solo a metà, ripulire il tegame dai resti della crema pasticcera appena fatta…
Penso che alcuni dei momenti più gustosi e piacevoli li ho passati mangiando in compagnia, condividendo una cena con amici magari, ma non con tutti, perché mangiare è una roba troppo intima per poterla fare con chiunque. Così come aprirsi una bella bottiglia di vino o di spumante non è cosa che si possa riservare ad un’occasione qualunque.

Uno dei primi passi per poter apprezzare appieno il cibo è imparare a mangiare con le mani. Sì, imparare perché ormai siamo talmente avvezzi ad usare coltello e forchetta che mangiare gli spaghetti con le mani potrebbe sembrare un’eresia.
Quello che però gli chicchettoni adorano chiamare finger food non ha per un bel niente a che fare con ciò di cui parlo io. Il cibo-dita, per parlare come se magna, è una roba orribile di quelle che – come mi fece notare una volta una mia simpatica compagna di viaggio entrando in uno sgangherato baretto di Barcellona – se non stai attento ti becchi il tifo o l’influenza A (che ormai non va nemmeno più di moda neanche quella).
Non sono affatto fissata con l’igiene, non sono una di quelle che tiene sempre in borsa il gel Amuchina pronta a stropicciarsi le mani ogniqualvolta qualcosa di sospetto mi capiti tra le mani, però c’è da ammettere che gli stuzzichini dell’aperitivo sono la roba più scarsamente sana che si possa ingerire. Specie se poi quegli stuzzichini te li ritrovi lì anche due ore dopo, vicino alle 22, con qualcuno intorno che continua imperterrito a sbocconcellare. Aborro!

Però c’è qualcosa che pur nel disgusto di quanto detto poc’anzi riempie talmente l’occhio che ne rimani incantata e che, per fortuna, non ti viene nemmeno voglia di assaggiare, un po’ come succede di fronte ad una prelibatezza talmente ben composta nel piatto da aver timore di rompere la poesia vedendo crollare quella torre di tagliatelle, o disintegrando in mille pezzi quel delizioso cestino di pasta fillo con vellutatadiceciall’aranciagamberiebottargaditonno – perché i nomi dei piatti vanno detti tutti d’un fiato.
Ed è un discorso che sicuramente vale per il food concept di Tina Conforti (fantastiche gelatine da vedere, illuminate da una lampada di wood), realizzato in occasione di Luminaria – arte contemporanea en plein air, un evento decisamente originale e suggestivo che va in scena a Napoli e permette di fruire degli spazi pubblici dando vita ad un vero e proprio museo all’aria aperta della durata di un mese.
E a basso consumo energetico per altro.

E ora, che si spengano le luci.
Click.

fotografia: Marcello Merenda
informazioni: Luminaria

Once upon a (tea) time

•21 gennaio 2010 • 4 commenti

Trascorse le feste, archiviate le insane ingozzate autorizzate, scusate, permesse, esagerate e senza fondo, si torna alla vita di sempre. Quella vita fatta per molti di ritmi sostenuti, di tempo perso o speso male, di attese, di inevitabili nervosismi, di collant che ti stringono tremendamente in vita o che ti fanno impietosamente prudere le chiappe se le tue ore di lavoro le trascorri per la maggior parte inchiodata ad una sedia girevole ikea.

Ahhh, come rimpiangi il rumore dei biscotti e dei torroni tritati dai tuoi indistrubbili molari e premolari e quella tua bocca in una costante rotazione da ruminante incallito delle Ande! E quei chili guadagnati diventano tristi e malinconici pensieri osservati dalla finestra della tua routine di sempre che ti sembra una vita che l’hai ripresa.

A spezzare quest’immagine insostenibile però fa la sua comparsa il tuo personalissimo lasciapassare per la libertà, da gustarsi e ritrovare anche solo in dieci minuti del tuo tempo rubato magari ad una fattura da registrare, a una mail a cui rispondere o a un cliente da accontentare: il piacere del rito del té.

Sarà un po’ il freddo artico che in certe giornate c’ha quasi assiderato non appena tentavamo di metterel naso fuori, o forse sarà che quel camino acceso è più invitante di qualsiasi altra tentazione, o sarà solo che il Té delle cinque è una di quelle tradizioni che porta con sé un intrinseco odore di biscotto appena sfornato, che tanto ci è familiare da  non poterlo non apprezzare e volerlo assaporare ancora.

Noi questo piacere l’abbiamo riscoperto con un entusiasmo quasi infantile di quelli che anche senza sapere che ore sono arriva un momento della giornata – vicino alle 5 del pomeriggio con una precisione quasi svizzera! – che ci guardiamo giusto solo per chiederci senza parlare a chi toccherà mettere sul fuoco il solito bricco di acqua.

Imbandita la tavola, preparati gli accompagnamenti, immergiamo il filtro nella tazza colma di acqua bollente, immaginando un giorno di usare anche uno solo di questi discreti e intelligenti ritrovati del design puro.

Green Berry Tea, Natalia Ponomareva

Hang me some tea, Yanko Design

Il vero senso dell’assenza

•29 dicembre 2009 • Lascia un commento

Quest’anno è stato un anno amaro. Un anno che già portava dietro di sé lo strascico di un 2008 denso di sconvolgimenti, di disperazioni e di soddisfazioni troppo sottili, troppo silenziose per poter essere apprezzate.

Per quanto l’anno ancora in corso sia stato l’anno più brutto di una vita, la mia, ancora breve, sono felice di poterlo chiudere ma anche e soprattutto di poter raccogliere quello che di vitale c’è veramente stato.

Chi parla di trarre il buono dalle situazioni peggiori forse non ha mai assaporato la disperazione vera. Quella per cui la notte, il momento della giornata che preferisci, si trasforma improvvisamente in una semplice ed immensa scatola vuota, piena solo di buio e di silenzio. Che cerchi di riempire con pensieri che ti accompagnino nel sonno, senza riuscirci. Ci infileresti dentro il tuo passato felice e invece quella scatola che per natura dovrebbe contenere, in realtà inghiotte ogni cosa e rimane inesorabilmente vuota, a ricordarti che sei di fronte a qualcosa con cui non potrai mai evitare di fare i conti. La vita e la morte sono ad un passo l’una dall’altra, si sfiorano con una contiguità che ti spaventa, a cui davvero non vorresti abituarti mai.

E questo 2009 mi ha insegnato questo: la forza devastante della contrapposizione. Tutto si avvicina al suo esatto contrario e sommessamente devi renderti conto che ogni cosa sta su un filo, un filo continuo e fragile che se spezzato può sovvertire l’ordine delle cose.

Io  so che tutto quello che mi sta intorno adesso si è caricato della responsabilità di riuscire ad evocare e restituire in maniera nitida il ricordo di un passato, recente o meno questo non importa, ma un ricordo almeno quello, vivo.

Non chiuderò mai la porta di questo 2009, perché tu ci respiri dentro e niente e nessuno soffocherà questo tuo esserci pur non essendo realmente qui e ti cercherò, ti sfiorerò con il pensiero con una delicatezza e un amore che solo grazie a te ho potuto conoscere, apprezzare, fare mio.

E siccome almeno l’amarezza la voglio archiviare, io il mio calendario 2009 me lo mangio, con tanti auguri, specialmente a chi ha conosciuto il vero senso dell’assenza.

design Kanella, Elina Arapoglou

Si vocifera sia natale…

•24 dicembre 2009 • Lascia un commento

Sobrio chi legge, sano chi non fuma

•14 dicembre 2009 • 1 commento

Figurarsi se io sono una moralista… Io sono una consumista, io sono “la consumista” e difatti mi si potrà dire “ma senti da che pulpito…”. E la stupidità umana, l’incoscienza piuttosto direi, sta proprio qui: io lo so, eppure lo faccio.

Metto le mani nel forno, eppure so che potrei bruciarmi; vado a 100 km orari eppure so che questo è un fattore di rischio; mangio la cioccolata eppure so che mi fa ingrassare.

Proprio strani questi esseri umani, delle contraddizioni viventi che camminano.

Fumano, e poi hanno paura delle malattie.

Bevono, e poi si mettono alla guida.

Bizzarra questione poi quella per la quale la pubblicità delle sigarette è vietata, mentre quella degli alcolici no.

Sui pacchetti di sigarette la legge impone di fare terrorismo, scrivendo “Il fumo uccide” (tecnica che forse ha avuto più un effetto boomerang che altro) o producendo pacchetti dalle immagini provocatorie e terrificanti; sulle bottiglie di superalcolici invece nessuno si sogna di stampare etichette con su scritto “Bere causa gravi cirrosi epatiche” eccetera eccetera.

E ora che si fa? Vabbè, visto che riesco ancora a leggere un brindisino me lo farei pure no? …….

….ma la sigaretta, quella non l’accendo, oggi no!

Immagini: Campagna contro il fumo Brasile, Test&Drive Zo-loft, Packaging-bara

Test&Drive è un progetto Zo-Loft design

Il packaging-bara è un progetto del team R.J. Reynolds